Giulia Giansiracusa

Ne abbiamo sentito parlare spesso ultimamente, soprattutto grazie alla canzone di Martina Attili che ha contribuito alla popolarità del termine: ma cosa si intende esattamente per “cherofobia”?

Cominciamo da quello che non è: la cherofobia non è un disturbo mentale, ma un fenomeno di natura psico-sociale.

In questo articolo cercheremo di capirlo meglio e di ragionare sulle sue possibili cause.

TANTI LUOGHI COMUNI, A COMINCIARE DAL TERMINE

Sappiamo tutti che la parola cherofobia deriva dal greco e che significa “avversione per la felicità”, con tutte le sfumature del caso: paura di essere felici, paura che abbandonarsi alla felicità comporti una qualche punizione, avversione per la felicità in quanto sentimento che rende gli individui più egoisti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.

Adesso però non ci interessa molto l’aspetto etimologico. Soffermiamoci piuttosto su come questo termine sia stato trattato fin da subito. Quando emerge un nuovo fenomeno psico-sociale, noi psicologi (ma non solo noi) veniamo colti da un’improvvisa quanto irresistibile ansia classificatoria che ci spinge a dare un nome alle cose. Dare un nome, si sa, è necessario per conferire uno status alle cose, per renderle reali. Tutta via spesso la cosa ci sfugge di mano: quasi sempre i nomi che diamo alle cose non riflettono la loro natura in sé, quanto il nostro modo di percepirle e anche di temerle. In poche parole, proiettiamo nei nomi che diamo alle cose i nostri pregiudizi su di esse. Io ho il sospetto che con il fenomeno cherofobia sia accaduto qualcosa di simile. Recentemente abbiamo sviluppato maggiore consapevolezza circa l’esistenza di questo fenomeno che denota una certa avversione alla gioia e alla felicità. Sembra automatico passare da questa consapevolezza all’uso del nome cherofobia: hai paura di qualcosa, allora hai una fobia!

Questo passaggio sembra scontato, ma stiamo attenti: nel passare dal fenomeno al nome stiamo automaticamente conferendo una connotazione negativa al fenomeno stesso. Dare all’avversione alla gioia il nome “fobia” significa patologizzarla. Noi psicologi ci caschiamo spesso, presi dalla nostra ansia di classificare i fenomeni spesso li etichettiamo come patologici. E questo è un errore madornale, perché influenza il nostro stesso modo di osservare il fenomeno e di rapportarci adesso. Chiamare una persona “cherofobica” ci porterà infatti a rapportarci ad essa come a una persona malata, che deve essere curata.

Per evitare di cadere in questo errore, sarà utile riflettere sul fenomeno e sulle sue possibili cause.

COSA VUOL DIRE PROVARE AVVERSIONE ALLA FELICITÀ? PERCHÉ CI SUCCEDE?

Spesso chi si sente in questo modo ha descritto una gamma molto variegata di sensazioni, come ad esempio:

  • Avere paura di esprimere gioia (hedonophobia), intesa più come un’emozione che come un sentimento: la paura di provare gioia si manifesta nel mettere in atto determinati comportamenti, come non ridere, non andare alle feste, evitando insomma tutte quelle situazioni (individuali e sociali) in cui si prova piacere.
  • Avere paura della felicità intesa in senso più ampio, cioè come soddisfazione riguardo la propria vita, raggiungimento dell’equilibrio, ottimismo circa il futuro.

Come si nota, gioia e felicità sono due cose molto diverse ma l’etichetta cherofobia tende ad accumunarle dentro lo stesso calderone dei “sentimenti positivi”. Teniamo a mente che la gioia è un’emozione, la felicità è un sentimento! Inoltre anche il termine “avversione” risulta poco specifico, altre volte infatti lo vediamo più associato alla repulsione, altre all’evitamento, altre volte alla paura. Se consideriamo tutte le accezioni contenute nei costrutti di gioia, felicità e avversione, avremo tutta quella gamma variegata di vissuti che tendiamo a etichettare come “cherofobia”. Ricordiamoci sempre quanto le etichette tendano a semplificare e quindi a lungo andare a distorcere la realtà.

PERCHE’ PROVIAMO AVVERSIONE?

La risposta sta nei vari significati che, come individui e come società, attribuiamo alla felicità e alla gioia all’interno della nostra cultura di riferimento.

Riguardo la gioia

Manifestare gioia in pubblico viene spesso scoraggiato sia nella cultura occidentale che in quella orientale, con significati profondamente diversi.

Nella cultura occidentale, l’individuo deve sempre mantenere un certo contegno e dimostrarsi sempre forte: la gioia, così come tutte le altre emozioni, è considerata in antitesi rispetto alla ragione. Questa dicotomia ragione/emozione ce la portiamo dietro da ormai troppo tempo ed è davvero difficile da eliminare. Secondo questa visione le emozioni, in quanto portatrici di instabilità, ci rendono imprevedibili, deboli, e la razionalità è l’unica garanzia che abbiamo contro questa debolezza. Essere razionali, piuttosto che emotivi, ci renderebbe più forti. Anche la gioia, essendo anch’essa un’emozione, deve sottostare a questa regola.

L’avversione verso la gioia sperimentata nelle culture orientali potrebbe invece essere spiegata diversamente: queste culture sono centrate più sulla collettività che sull’individuo, quindi la manifestazione di una data emozione è molto legata al giudizio degli altri (lo è anche nella cultura occidentale, ma in misura meno marcata): una persona potrebbe ritenere cattiva educazione esprimere la gioia troppo intensamente, per evitare di sembrare insensibile, spudorata, egoista agli occhi degli altri.

Riguardo la felicità

Parlare di felicità è molto difficile, la definizione stessa di felicità è molto problematica e indissolubilmente legata alla cultura di riferimento. Essere felici ha a che fare con la percezione di equilibrio, di soddisfazione e pace interiore, di raggiungimento degli obiettivi, di compiutezza e accettazione. La felicità è qualcosa di durevole e che si costruisce con il tempo, a differenza della gioia che è legata all’esperienza temporanea del piacere.

LA RICERCA DELLA FELICITÀ: UN MITO O UNA MALEDIZIONE?

Chiarito questo, è il momento di riflettere su un fatto: la felicità, o meglio la ricerca delle felicità, è un mito della società occidentale. Siamo costantemente pressati a livello culturale a essere felici, a fare del nostro meglio per essere felici, persino a lottare per la nostra felicità. Il messaggio è sempre lo stesso, a livello esplicito: “Devi impegnarti per essere felice”. Il lato implicito di questo messaggio è: “Se non riesci ad essere felice, non ti sei impegnato abbastanza, quindi se sei infelice è colpa tua, sei un fallito”. Tra le altre cose, questo potrebbe spiegare un fenomeno che è l’opposto della cherofobia, ovvero il fatto che molte persone hanno paura di NON essere felici.

E’ SEMPRE POSITIVO CERCARE LA FELICITA’?

Dietro il mito della ricerca della felicità si nasconde la credenza ben radicata che la ricerca felicità sia sempre e comunque qualcosa di positivo, e dunque da portare a termine. Questa credenza sembra così semplice da afferrare che la diamo per vera, senza mai metterla in discussione. Ed è questa credenza che ci porta a patologizzare la cherofobia. Se la ricerca della felicità deve essere universalmente considerata come qualcosa di positivo, allora chi non la pensa così, chi non è interessato alla felicità o ne prova avversione, deve avere qualcosa che non va. E’ così che un fenomeno psico-sociale viene trasformato automaticamente in un disturbo mentale, e chiunque faccia esperienza di questo fenomeno viene etichettato (o si auto-etichetta) come malato. Ma siamo davvero sicuri che perseguire la felicità debba essere l’obiettivo più significativo della vita? Non abbiamo la pretesa di dare una risposta definitiva, vogliamo solo mettere in discussione la centralità che la ricerca della felicità sembra assumere nella nostra società.

Detto questo, se siete arrivati fin qui probabilmente lo avrete notato anche voi: la società si comporta in maniera piuttosto incoerente. Da un lato infatti incoraggia e promuove la razionalità e impone agli individui di esprimere la gioia in maniera piuttosto contenuta, dall’altro lato ci sprona costantemente a perseguire la felicità indicando quest’ultima come la missione più importante della nostra vita.

Non c’è da stupirsi che a volte qualche individuo si senta confuso da questa forte ambivalenza: la stessa società che ci incoraggia a cercare la felicità, ci condanna se ci lasciamo andare alla felicità. La dissonanza cognitiva legata a questa ambivalenza può generare ansia, solo che risulta molto più facile attribuire la causa dell’ansia alla felicità piuttosto che ai significati che vi attribuiamo attraverso la società. In poche parole: sempre ammesso che di disturbo si tratti, la cherofobia non è un disturbo dell’individuo ma un disturbo della società, legato ai significati ambivalenti che la società attribuisce alla felicità. Aperta parentesi: nel concetto di società in questo contesto includiamo anche le credenze morali e religiose. In quasi tutte le religioni, infatti, la felicità è associata al peccato: lasciarsi andare al piacere e alla felicità è immorale e peccaminoso, e chi lo fa finisce quasi sempre per sviluppare dei sensi di colpa.

 A complicare ulteriormente le cose, ahimè, si aggiungono anche i vissuti individuali, cioè i cari onnipresenti traumi infantili che a noi psicologi piace tanto tirare in ballo, spesso facendo l’errore di metterli in cima alla lista delle spiegazioni possibili. Ogni volta che eri felice da piccolo accadeva qualcosa di brutto subito dopo, quindi hai imparato ad associare la felicità ad un’emozione negativa, e per proteggerti dalla sofferenza hai sviluppato un meccanismo di difesa, che a livello patologico può degenerare in un disturbo appositamente confezionato: la cherofobia. Sia chiaro, non vogliamo dire che i traumi e le esperienze infantili non contino nulla, solo che a volte hanno un peso ridimensionato rispetto a quello che pensiamo, e che inoltre interagiscono sempre con i fattori sociali, economici culturali.

Non è un caso che, fortunatamente, il manuale diagnostico dei disturbi mentali non abbia incluso (almeno finora) la cherofobia: prima di etichettare un fenomeno come patologico (a partire dalla definizione) dovremmo stare molto attenti ai significati che gli diamo. Speriamo che questo articolo ti abbia aiutato!

Bibliografia

The British Psychological Society, It’s time for Western psychology to recognise that many individuals, and even entire cultures, fear happiness. 2014

 Joan Robinson, What’s so bad about feeling happy?. 2014

https://www.psychologytoday.com/intl/blog/the-creativity-cure/201606/if-you-fear-shun-or-avoid-pleasure

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