Sabrina Lattes

Quante volte, guardando un film, abbiamo commentato quella scelta del protagonista, urlando a squarciagola “Non farlo!”, quasi il regista potesse cambiare il corso degli eventi in base al nostro volere. In Bandersnatch abbiamo la possibilità di farlo.

Si tratta di un metapercorso (ovvero un insieme di scelte che sono esse stesse oggetto della trama del film), un film-videogioco che si costruisce intorno alla narrazione della nascita di un videogioco di cui possiamo essere autori e, allo stesso tempo, spettatori del suo divenire. Ed è questa caratteristica che fa di Bandersnatch un’originale esperienza, suggestiva a tutti gli effetti.

Il telecomando che stringiamo tra le mani diventa una sorta di penna, con la quale poter scegliere quale decorso far intraprendere soprattutto a Fionn Whitehead, il protagonista del film, tenendo sempre presente che si tratta di scelte decise a priori dall’autore, ma che ci dà l’illusione di un inaspettato potere. E’ come un puzzle, di cui scegliamo quale tassello inserire prima e quale dopo, tenendo conto del fatto che non potremo cambiarne l’immagine definitiva, ma che, a differenza di altri film, possiamo deciderne i tempi e le reciproche conseguenze.

E’ un continuo svelamento di possibilità, in cui il nostro ruolo diventa quello dell’artefice del destino del protagonista, limitatamente alle scelte preimpostate dell’autore. E’ come essere gli attori dello show di Truman, di cui Christof ha impostato i copioni lasciando che il protagonista sia parzialmente libero delle sue possibilità, o come uno Sliding Doors, un susseguirsi di alternative  tra di loro diverse, ma non per importanza. E’ come se il regista ci permettesse di pensare a decorsi alternativi della trama dandoci la possibilità di decidere quali, tra le tracce già da lui pensate, percorrere per prima.

Videogiochi che si basano su questo tipo di narrazione ormai sono diffusi tra i più e meno giovani, divertiti a cercare alternative alle proprie decisioni. A me sembra una sorta di messa alla prova del pensiero cotrofattuale, una possibilità che non abbiamo nella vita reale (o almeno non prima della scoperta dei viaggi nel tempo) di vedere “come sarebbe andata a finire se…”, ma che possiamo sperimentare seduti sul nostro divano. Diventiamo per due ore piccole divinità, non per aver avuto il potere di decidere la trama di narrazione del film, ma per poter avere il gusto di saggiarne le alternative, fino a gustarne il quadro della sua complessità.

C’è un punto della trama che in noi farà sorgere un momento di dissonanza, dovuta alla sensazione di non avere più potere sul protagonista che inizia a ribellarsi alle (nostre?) scelte. Seppure si tratti di una decisione, evidentemente, decisa a priori e contemplata all’interno del film stesso, a noi darà quella fastidiosa sensazione di sentirci non più osservatori ma osservati. Come se iniziassimo a far parte noi stessi di quel Bandersnatch di cui ci pensavamo i meri esecutori, legittimati, come negli esperimenti di Milgram, a prendere decisioni talvolta crudeli verso quel burattino ribelle; richiamandoci all’ordine, il protagonista, ci farà tornare a sentirci un po’ più umani, e guarderemo quella mano che spinge i tasti del telecomando quasi con somatoparafrenia, con la sensazione che non faccia più parte del nostro corpo, non può averne fatto parte. Anche in questo caso, mi sembra un buon spunto di riflessione sull’effetto che una scelta narrativa possa avere sulle nostre sensazioni, mettendo in discussione concetti come il potere, il controllo, il libero arbitrio, la libertà. Tuttavia è quello il punto in cui perdiamo di vista chi è il burattino e chi il burattinaio, uscendo dal film e dalla sensazione di presenza di un copione e iniziando a dubitare, come effettivamente è, di esserne diventati noi stessi autori. Credo che questo sia uno dei punti più complessi del film, che, più che nella sua struttura, esprime la sua originalità nel susseguirsi di una ambivalenza tra l’essere spettatori e parte dello spettacolo. Ho riconosciuto quel punto come di svolta anche nel sovracitato film “The Truman Show”, uno dei miei preferiti, quando, davanti allo specchio, Jim Carrey sembra parlare con lo spettatore. La nostra reazione viene rispecchiata dagli attori del film stesso, spettatori dello show, che per un momento si sentono osservati, come ragazzini “sgamati” dai propri genitori durante una marachella. Eppure dopo pochi secondi tutto torna alla “normalità”, e Truman continua ad essere protagonista inconsapevole del suo show.

In Bandersnatch ci hanno creduto fino in fondo, portando avanti, in un susseguirsi quasi infinito di possibilità, un’idea non troppo originale nella sua trama, ma intelligente nello sfruttare a pieno le potenzialità di una piattaforma che può e sta rivoluzionando il modo di concepire la pellicola cinematografica. Inoltre, ci può dare la possibilità di riflettere sulle concezioni di un potere che non è detto debba essere univocamente nelle mani di una sola persona: abbiamo potere noi, con il nostro telecomando, ma poi quasi lo perderemo; ha potere il regista, autore nella trama e nella scelta dei bivi, eppure ha lasciato democraticamente aperte diverse potenzialità di narrazione tra loro ugualmente possibili; ha potere Fionn, quando sembra ribellarsi ai nostri voleri, ma alla fine vi cede; ha potere chi voleva perseguire una strada diversa da quella che il compagno spettatore ha deciso per lui, perché, in un modo o nell’altro, avrà avuto la possibilità di tornare indietro e vedere come sarebbe andata a finire se avesse deciso lui. Hanno potere tutti, e non ha potere nessuno.

Bandersnatch è, in definitiva, un concentrato democratico di potenzialità, che avvicina e, insieme,  allontana lo spettatore dal regista: quest’ultimo resta il vero Christof della narrazione, lasciando a noi l’illusione del libero arbitrio, ma, allo stesso tempo, facendo luce sull’infinita complessità della potenzialità narrativa, sulla croce e delizia del suo dispiegarsi.

 

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