Abbiamo incontrato la dottoressa Denita Bace, psicologa psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Progetto Psicologia di Bologna, organizzatrice dell’iniziativa “Letture e Psiche”, una serie di incontri che si svolgeranno per tutto il mese di novembre in diverse Biblioteche di Bologna, da sempre sensibili all’introduzione della cultura psicologica nella cittadinanza.

Com’è nato questo progetto?

E’ nato durante l’organizzazione di un evento con l’Associazione Progetto Psicologia, durante il quale l’Istituzione Biblioteche di Bologna ci ha chiesto se potessimo fare qualcosa per coniugare lettura e psicologia, creando un ponte tra questi ambiti. Il nome del progetto, “Letture e Psiche”, riflette l’idea di partenza. Abbiamo ritenuto opportuno che ognuno di noi psicologi partisse da un libro, scelto un’opera letteraria da cui sviluppare alcuni grandi temi della psicologia.

Si tratta della prima edizione, e lo scopo è di espandere la cultura psicologica all’interno di quella letteraria, arrivando alla psicologia attraverso la letteratura. La modalità degli incontri sarà quella di un gruppo lettura, ci metteremo in cerchio per stimolare la condivisione e la discussione di gruppo, anche attraverso la narrazione di esperienze personali.

L’istituzione e il Comune di Bologna ci hanno supportato molto, sono sette le librerie che hanno aderito all’iniziativa.

Perché proprio i libri?

Per partire e arrivare maggiormente alle persone, per raggiungere coloro che magari sono interessati più alla cultura ma meno alla psicologia: vogliamo avvicinarci agli altri, far sì che la psicologia si muova verso la gente.

Come sono cambiate secondo lei le abitudini dei lettori negli ultimi anni? Pensa che questo cambiamento rifletta anche la trasformazione della nostra dimensione psicologica e sociale?

Credo che le persone oggi leggano di meno e questo è naturalmente legato anche al contesto economico, politico e sociale.

Anche a livello psicologico assistiamo a dei cambiamenti nelle preferenze letterarie: c’è meno romanticismo e più bisogno di concretezza, bisogno di riconoscersi, bisogno di appartenenza.  Questi bisogni si riscontrano nella predilezione della lettura autobiografica: spesso i lettori preferiscono questo genere perché hanno bisogno di riconoscersi, di capire che ciò che accade loro non capita solo a loro. In quello che leggiamo c’è un pezzo di noi. L’epoca del sogno del romanticismo è finita e siamo più concentrati sulla concretezza e sul vissuto emotivo della narrazione.

Com’è avvenuta la scelta dei testi?

Ogni collega ha scelto alcuni testi in base alle tematiche di cui voleva trattare e in alcuni casi in base alle indicazioni fornite dalla biblioteca stessa, che ha riportato le esigenze espresse dai propri utenti relativamente a determinate tematiche: un esempio è stata la fiaba di Andersen La Sirenetta , scelta per affrontare con i genitori e i figli il tema dell’adolescenza.

Il libro che io ho scelto si intitola “ La scelta di Edith” (di Edith Eva Eger, ndr), e racconta la storia di una donna che, sopravvissuta all’Olocausto, sviluppa una forte resilienza che la porterà a diventare psicologa. L’ho scelto perchè la protagonista racconta la sua storia di vita e la offre come un dono, un dono per aiutare gli altri ad affrontare le difficoltà. E’ una bella riflessione su cosa sia la resilienza: anche una storia infatti, può aiutarci a superare le difficoltà dei giorni nostri legate mondo del lavoro, all’affermarzione dell’identità, al superamento dei traumi e all’elaborazione del dolore.

Il bello della letteratura è anche questo: le epoche storiche cambiano, ma le tematiche sono universali, dunque anche nei classici possiamo trovare aspetti della nostra attualità in cui possiamo immedesimarci. La letteratura non ha età.

Leggere e narrare sono due aspetti complementari della stessa capacità, l’intelligenza narrativa. Cos’è per lei e in che modo è utile nella vita quotidiana?

Tutti possiamo svilupparla, ed è sicuramente utile per affrontare le difficoltà di tutti i giorni. La narrazione viene utilizzata come forma di terapia: raccontare di sé, raccontare il proprio vissuto e anche il proprio dolore è fondamentale. Raccontare la propria storia, al di là di quanti poi staranno ad ascoltarla, è fondamentale per il superamento delle difficoltà e la crescita personale, e per diventare più consapevoli. Se i vissuti rimangono chiusi e isolati possono emergere più avanti come sintomi di qualche patologia.

La narrazione in psicoterapia è sempre utile o ci sono delle controindicazioni?

Ogni persona è diversa quindi non bisogna generalizzare, ma in base alla mia esperienza clinica, la lettura ha sempre apportato elementi positivi e per questo ho sempre cercato di incentivarla, per permettere ai pazienti di uscire dalla rigidità cognitiva e aiutarli a vedere le cose da un’altra prospettiva. Si tratta di una forma di psicoeducazione: la lettura aiuta a riflettere su aspetti di se’, perché ci porta a rispecchiarci nelle azioni dei personaggi, attraverso i quali riusciamo a vedere aspetti di noi. Io utilizzo molto la narrazione laddove ci sono vissuti profondi e chiedo alle persone anche di scrivere la loro storia, di scrivere quel particolare vissuto con lo scopo di dare vita a sentimenti che sono rimasti lì, sepolti e inespressi.

Ci sono casi in cui questo può essere controproducente?

Normalmente sconsigliamo a pazienti con sintomi ossessivo-compulsivi, ansiosi o ipocondriaci di leggere troppo, perchè spesso avviene che, quando reperiscono informazioni, non le contestualizzano.

La letteratura di per sé, tuttavia, non è sconsigliata, non può mai far male. La cultura può solo fare bene.

Cosa pensa della biblioterapia?

Non vedo molte differenze, la biblioterapia può aiutare a contrastare la rigidità cognitiva: io stessa ho un elenco di libri che consiglio alle persone, tuttavia questo strumento da solo non sempre è sufficiente. Per alcuni può bastare, per altri no.

Com’è stato utilizzare la letteratura in psicologia? Può riportarci la sua esperienza personale?

In alcune conferenze mi è capitato di parlare di traumi e di ricevere in seguito email di persone che avevano assistito alla serata. Attraverso il mio racconto si sono sentite molto vicine a me e sentivano che stessi parlando direttamente a loro, che avevano toccato dei nodi importanti e perciò mi ringraziavano. Non c’è esperienza più bella.

Leggendo La scelta di Edith, ad esempio, a un certo punto mi sembrava di camminare accanto alla protagonista, perché il racconto della sua scelta di diventare psicologa ha toccato parti di me. Questo mi ha fatto riflettere sulla relazione con i pazienti: quando siamo in studio con loro, attraverso i loro vissuti, sto aiutando anche me stessa. Cresci anche tu grazie ai tuoi pazienti, alle loro storie di vita: tu cerchi di aiutare loro e loro aiutano te, e questa reciprocità dà un significato al nostro lavoro.

Laddove c’è l’incontro, c’è la svolta terapeutica.

Qual è il suo rapporto con il mondo digitale? Cosa ne pensa dell’uso del digitale nel mestiere dello psicologo?

Oggi non si può non pensare al digitale, io non sono una nativa digitale ma ritengo che bisogna essere flessibili e adattarsi alle novità.

Il web è uno strumento che avvicina i giovani alla narrazione ma anche a un altro tipo di letteratura: spesso gli adolescenti infatti amano narrarsi o leggere storie di altri coetanei dietro lo schermo. Sicuramente il digitale è molto rilevante anche nel mondo della narrazione autobiografica. Può essere utile ad esempio consigliare la lettura di blog contenenti storie di vita personali. L’importante è essere consapevoli che ciò che si sceglie di leggere rappresenta comunque una parte di realtà, e questo vale sia quando scegliamo cosa leggere su Internet che tra gli scaffali di una libreria.

Sono a favore dell’uso del digitale nel nostro mestiere, se può aiutare le persone ad avvicinarsi alla psicologia.

Vedo il web come un ponte che può aiutare una persona titubante ad avvicinarsi, a chiedere aiuto in maniera indiretta. Dal mio sito ricevo diverse mail di persone che, dopo aver letto i miei articoli, iniziano a riflettere su determinati aspetti di sé e vogliono condividere le loro riflessioni: mi scrivono la loro storia per capire cosa possono farci, e così facendo si approcciano alla terapia in una maniera per loro più rassicurante.

Riguardo alla terapia via Skype, molti di noi la fanno, non esistono più confini e si più dare un valido supporto anche a distanza, anche se il lavoro che si fa faccia a faccia ha caratteristiche diverse.

 

Intervista a cura di Giulia Giansiracusa e Sabrina Lattes, psicologhe ideatrici di Narrativi Digitali.

Bologna, 12 Novembre 2018

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *