Sabrina Lattes

Piacere, sono la Psicologia.

Sono nata centinaia di anni fa e sono riconosciuta come scienza precisamente dal 1879; ma non sono come le altre, sono diversa dalle scienze che si studiano sui libri di scuola. Non puoi usare un metro per capire quanto sono lunga e non esiste una bilancia che possa pesarmi. Eppure sono viva, sono presente, puoi percepirmi. Lo sento tutte le volte che imprechi contro di me per quella storia andata male, per quel panico che, cavolo, ti viene su proprio nei momenti meno opportuni. Vorresti cambiarmi, vorresti che io ti cambi. Eppure restiamo uguali entrambi, nella nostra imperfezione.

Le hai provate tutte, il medico ti ha fatto pagare mille esami e “Niente di fisiologicamente rilevante – Tutto nella norma”. Norma un cavolo! Tu non puoi vedermi ma stai male, tu sai che ci sono ma non vuoi darmi ascolto. Quasi ti sei convinto che io non esista.

Nella stanza accanto c’è tuo figlio attaccato a quel coso, e ti chiedi quando si deciderà a buttarlo via dalla finestra, quando capirà che il mondo è fuori da quegli schermi. “E’ solo un giudizio”, gli dici guardando come ci resta male per quel Like non ricevuto “Ci sono cose più importanti nella vita; quando avrai un capo che abusa delle tue capacità, capirai che non vale la pena perdere tempo con queste stronzate”.
Eppure tuo figlio ti continua a guardare con quell’aria assente, e tu ti dici che è sempre colpa di quel coso, che è la disgrazia di tutte le disgrazie, che vorresti tornare indietro alle lettere timbrate, ai libri di sola carta, alla vita che era più dura, ma almeno era toccabile. E ti tocchi la testa, cercando di percepire quei pensieri inconsistenti, come per metterli in ordine. La mano sulla tempia, regolatrice di quel caotico, intoccabile silenzio, fino a che “Cosa è successo a lavoro? Non me ne avevi mai parlato, mamma. Non mi sembra che tu stia male, non si direbbe. Ho capito che io e te abbiamo qualcosa dentro che ci fa star male, ma da fuori non si vede. Tu almeno lo puoi guardare in faccia il tuo capo, lei nemmeno sa che esisto, che sono pazzamente innamorato di lei”.

 

E’ difficile parlare di inconsistenze, lo è ancora di più farlo in un luogo inconsistente. Narrativi Digitali tratta della narrazione, un effetto inconsistente dell’inconsistente Psicologia, in un ambiente, a sua volta, inconsistente, la Tecnologia: la fiera dell’inconsistenza!

E’ per questo, forse, che ci diciamo che non valga la pena soffermarsi su certi problemi, che non sia importante dare voce a recondite paure, che certi luoghi, perché non fisici, siano meno implicanti di quelli entro cui siamo continuamente immersi.

Eppure ne sentiamo gli effetti, ne percepiamo la presenza, sia dell’una che dell’altra, in ogni momento della nostra sempre più intoccabile esistenza.

La maggior parte delle nostre esperienze vivono dei loro effetti più che delle loro cause, e gli effetti, il più delle volte, sono intangibili; anche e soprattutto quelle che viviamo online, che oggi, nel 2018, non possiamo non considerare presenti nella loro intangibile assenza.

Ma è il fatto che non possiamo definirlo fisicamente a far perdere consistenza e credibilità al mondo web? O questo è solo un effetto delle narrazioni che creiamo intorno alla percezione della nostra vita?

La Psicologia Narrativa, così come quella Costruttivista, prendono in considerazione l’importanza delle narrazioni che costruiamo attorno al nostro modo di percepire la realtà, piuttosto che a come questa, ammesso che esista, sia veramente. In questa prospettiva, non sono tanto importanti le esperienze che viviamo, quanto i significati che a queste esperienze attribuiamo: ecco come esperienze del tutto simili possano esprimere in noi vissuti diversi, e come uno stesso vissuto possa essere frutto di esperienze completamente diverse tra loro (come quello della madre del figlio della narrazione iniziale, vittime di due dimensioni della stessa realtà).

Noi di Narrativi Digitali crediamo che Internet valga la pena di essere vissuto. Crediamo che non sia importante quanto possiamo toccare qualcosa per percepirne l’esistenza, ma che sia importante riconoscere e avere consapevolezza dei suoi effetti.

Come il vento, percepito nel suo sfiorare la pelle, percepito nella sua inconsistenza.

Fabrizio De André, in una versione alternativa della sua Canzone del Maggio scriveva:

 

“voi non avete fermato il vento:

gl’avete fatto perdere tempo”.

 

Eppure oggi il vento si cerca di fermarlo, perché abbiamo più informazioni sui suoi effetti, perché forse, abituarci all’intoccabile ci fa percepire ancora meglio quello che rischiavamo di non toccare più.

 

Vorrei fotografare un nostro pensiero,

vorrei assaggiare il nostro dolore,

vorrei stringere il nostro affetto.

Vorrei andare oltre quello schermo,

vorrei toccare quelle dita sulla tastiera,

vorrei annusare l’inchiostro di quelle lettere perfette,

eppure non posso che lavorare sui loro percepiti effetti.

Quelli contro cui imprechiamo quando stiamo male,

gli stessi su cui possiamo contare per stare bene.

 

Questo articolo è ispirato al post Facebook della collega Francesca Fontanella di seguito riportato, all’evento “Presenza nell’Assenza” presentato per la Settimana del Buon Vivere 2018 insieme alle associazioni Essere Con, Altrapsicologia, IRSEF e SvagArte, e di quello prossimo in collaborazione con Psichedigitale “Fare i genitori nell’era digitale: fra smartphone, tablet e altre diavolerie”

 

Vorrei trovare una foto del vento.

Ci sono scatti di oggetti mossi o sostenuti dal vento e immagini di mulini a vento.

Cieli con nuvole scomposte, presumibilmente, dal vento e capelli scompigliati. Onde del mare e pioggia in obliquo, soffioni volanti, aquiloni e mongolfiere.

Ma foto del vento, quelle no.

Vorrei pubblicare con soddisfazione fotografie dei miei prodotti, mostrare le caratteristiche tecniche o stilistiche uniche di ciò che creo.

Vorrei avere il discount e il fuori collezione, il catalogo prodotti.

Vorrei ordinare scatoline graziose per impacchettare le creazioni più pregiate e passare la mano, lieve, sui dettagli pregiati.

Vorrei poterti far assaggiare, toccare, annusare, scuotere, girare, vedere, aprire ciò che faccio.

E, invece, vendo un servizio…

Un servizio speciale, in una confezione invisibile, intangibile.

Di cui puoi sentire la carezza e vederne gli effetti, come con il vento.

https://www.facebook.com/francesca.fontanella.psicologo/posts/1962722310437249?__xts__[0]=68.ARB1u9Y7Klw3qqq0I6SJd2qqB3VEAUYeciWF9cWShKuLgZnWTI-XDlCMVTar1978SUE6yipV-ATHjchD9KciP_g0wkMJwLARxYmddqA-6uuHIDEZjztvm2kKzHIHARTVYYm41F-9kv1ALyqngtmo3o6Rm-9uJLUhu1DOeIj6qNHU1vFDs4DQehDXfVv6P_biCcaQbt1wdq4N6EkCsWyFfNl_xQg&__tn__=-UC-R

 

Sabrina Lattes

 

Fonti:

 

Bauman, Z. (2000). Liquid modernity (Vol. 9).

Bruner, J. S. (2009). Actual minds, possible worlds. Harvard University Press.

McAdams, Dan P. (1993). The Stories We Live by: Personal Myths and the Making of the Self. Guilford Press.

Kelly, G. A. (1955). The psychology of personal constructs. Volume 1: A theory of personality. WW Norton and Company.

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