Giulia Giansiracusa

L’altra sera, alla festa, ti avevo notato in lontananza, mentre ti versavi da bere e chiacchieravi con una conoscenza in comune. Anche tu mi avevi notato, ne ho la certezza. Non era una questione di occhi, più che altro era tua attenzione a starmi sempre addosso. Mi sorvegliavi con la coda dell’occhio controllando ogni mia mossa, lo so perché anche io facevo lo stesso. Non avevamo il coraggio di avvicinarci.

Nessuna delle due si aspettava la presenza dell’altra a quell’evento: era mai possibile che due persone come noi—proprio come noi—potessero trovarsi allo stesso party? Significava forse che avevamo degli amici in comune? Degli interessi in comune?

A un certo punto ci siamo ritrovate in piedi davanti al tavolo, a dividerci quanto rimasto dell’unica bottiglia.

“Mi sa che è l’ultimo prosecco rimasto”, ti dico, dividendo quelle poche dita di vino tra il mio bicchiere e il tuo.

“Piace anche a te, quindi, eh” mi fai un cenno d’intesa, come se non ti aspettassi potessimo avere gli stessi gusti in fatto di vino. In effetti, anche io mi sentivo compiaciuta da quella scoperta.

Abbiamo iniziato a parlare con naturalezza, la nostra prima conversazione. Nella mia immaginazione avevamo parlato tante volte e la voce che avevo inventato per te era diversa. Adesso, dal vivo, mi sforzavo di aggiustare la realtà, di abituarmi alla tua vera voce, che era fresca, gutturale, senza i guizzi di frivolezza acuta che le avevo attribuito. Era una voce amichevole e mi diceva cose amichevoli. Mi sorridevi e mi facevi domande sulla mia vita, sul mio lavoro, e io ne facevo a te.

Nel corso della serata abbiamo parlato di tutto e ci siamo dette ogni cosa di noi. Abbiamo scoperto di essere d’accordo su molti aspetti, di avere idee politiche simili, gusti identici in fatto di musica e arte.

Di colpo penso che ho fatto lo stesso errore della voce anche con altre parti di te. Prima di conoscerti, mi ero fatta delle idee su di te e te le avevo cucite addosso in maniera precisa, per farti sembrare reale. Avevo idee precise su quali fossero i tuoi pensieri, i tuoi gusti, il tuo punto di vista e i tuoi sentimenti. Queste idee erano come vestiti confezionati per la tua immagine allo specchio, non per te.

Poi, verso la fine della serata, quando quasi tutti gli ospiti se n’erano andati e l’atmosfera fra noi s’era fatta più intima, abbiamo iniziato a parlare di Lui.

A causa di Lui, molto tempo prima, ti avevo odiato. Lui mi aveva raccontato di te, di come lo tenevi in pugno, di come la nostra storia non aveva un vero futuro a causa tua, sua compagna ufficiale. Non aveva il coraggio di lasciarti ma neanche di dirti che aveva un’amante.

“Tutte cazzate” mi hai risposto, con una risata amara. “Lui non faceva altro che parlarmi di te, di quanto fossi perfetta e migliore di me, di quanto non ti meritasse. Mi diceva che lo tenevi in pugno con un ricatto emotivo, che ti saresti uccisa se lui ti avesse lasciato”.

C’è stato un attimo prolungato di silenzio in cui siamo rimaste ferme a guardarci negli occhi. E’ stato come guardarsi allo specchio e scoprire una cosa nuova di noi stesse.

Alla fine è venuto fuori che Lui ci aveva abbandonate, entrambe nello stesso giorno.

“Meglio così”, abbiamo concluso alzando i calici, brindando alla nostra amicizia appena nata.

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