Sabrina Lattes

Dall’amica del cuore al caro diario, dalle comari di un paesino al sacerdote. Lo facciamo d’istinto, ignorandone il perché, ma, dall’estremo benessere all’insopportabile malessere, sentiamo un bisogno primordiale e istintivo di condividere le nostre esperienze. Condividere emozioni, parole, fatti, pensieri… qualunque vissuto in quel momento valga la pena di essere raccontato. Ci sembra quasi di sentirla quella voce interiore, quel solletico sotto alla lingua che ci induce ad andare da un nostro caro, a scrivere su un foglio di carta, a parlare allo specchio.

Che tu sia un genitore, un ragazzo, un insegnante, un adolescente, ti immagino alla tastiera del tuo pc annuire ricordandone l’ultimo episodio vissuto e condiviso in una di queste modalità. E immagino anche che nella vita di tutti i giorni, alle prese con le stranezze delle persone che ti stanno attorno, faccia fatica a cogliere il filo che accomuni le storie di Instagram alla telefonata infinita di tua mamma con l’amica d’infanzia, quella che ruba tempo prezioso ai vostri giochi.

Pensa a quanto ti sei sentito bene quando hai finalmente raccontato al tuo compagno di quella brutta esperienza che ti aveva lasciato un gran amaro in bocca; a quella volta che, guardando quel film, ti è sembrato proprio di indossare i panni di quell’attrice; o ancora a quel libro che ti ha regalato una persona cara, e a quanto è stato piacevole condividerne le emozioni con lei, una volta giunto al termine. Se ci pensi bene, ogni volta che racconti un episodio della tua vita ti offri l’opportunità di riviverlo, e facendo questo, di rielaborare la tua esperienza e i tuoi vissuti.

Ecco le strabilianti potenzialità del racconto condiviso: non sarai andato indietro nel tempo, non avrai assunto nessuna sostanza per modificare i tuoi ricordi, semplicemente la realtà di quell’esperienza, attraverso il suo semplice resoconto, avrà assunto un significato nuovo; rivivrai le esperienze vissute  per coglierne sfumature ogni volta diverse.

In quanto esseri relazionali, inoltre, la nostra costruzione delle storie non può che avvenire insieme a qualcun altro. Persino quando si fantastica o si riflette a voce alta è come se lo si facesse con una persona immaginata presente in quel momento. Questo meccanismo, nell’era digitale, assume un significato ancora più forte se rapportato alla faciltà con cui si può entrare in rete. “To share is to care”, e lo sa bene Zuckerberg, che nel più famoso social network di sempre ha valorizzato il tasto “Condividi”. Condividere una foto, uno stato, un pezzo di vita vuol dire mettersi un po’ a nudo, presentarsi agli altri (per quello che si è o per quello che si vuole far vedere, ma di questo ne parleremo in un prossimo articolo!) e cercare risonanza e rispecchiamento in qualcuno che possa pensarla come te. Questo meccanismo, se utilizzato con consapevolezza, ci permette davvero di entrare in contatto con altri simili a noi con i quali possiamo stringere e mantenere una relazione.

La condivisione su internet, in questo senso, diventa al tempo stesso mezzo e risultato di quel rapporto.

Nei prossimi articoli correlati parleremo di:

–         risorse, pratiche e relazionali, per migliorare le nostre abilità di condivisione online e offline

–         il ruolo dello psicologo nella costruzione e condivisione delle storie

–         internet e identità.

 

Sabrina Lattes

 

Fonti:

  • Burns, G. W. (2006). 101 storie che guariscono.
  • Liotti, G. (1994). La dimensione interpersonale della coscienza. Roma: Nis.
  • Rodari, G. (1973). Grammatica della fantasia: introduzione all'arte di inventare storie (Vol. 221). Torino: Einaudi.
2 Comments
  1. Avatar

    Liotti era un maestro del racconto
    Lo rimpiango come maestro e come amico

    1. Sabrina Lattes

      Assolutamente d’accordo.
      Non ci resta che portare avanti il suo pensiero e quello di altri grandi come lui.

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